martedì, 12 aprile 2011
IN AMMOLLO
Sono in ammollo in un mondo in cui c’è la rincorsa a chi dice più forte SI.
- Si!
…a qualsiasi richiesta, c’è crisi. Pare si dimentichino che non esiste solo l’economia. Pare non si accorgano che non è economica la crisi di cui parlano. I soldi ci sono, a palate. E chi crede che non ci siano è un allocco. Mi scusassero la schiettezza. I soldi sono semplicemente distribuiti diversamente.
Non ci sono per quelli che dicono sempre si. Non ci sono per quelli che comunque lavorano come fossero pagati dignitosamente. Non ci sono per chi fa bene uguale. Non ci sono per chi si illude che senza di lui le cose andrebbero a rotoli. E allora forse dovremmo lasciarle un po’ rotolare. Forse dovremmo spostare il fulcro di tutta la faccenda così magari smetteranno di rotolare solo le nostre sfinite e sgonfie balle.
Io penso che il lavoro, per definizione vada retribuito. Bene se fatto bene.
Io penso che un lavoro non retribuito, o retribuito male non sia più un lavoro. E’ altro. E allora mi sta bene che si dica che non c’è lavoro. Non mi sta bene il dare la colpa a tutto il resto del mondo prima di essersi interrogati sul nostro contributo all’attuale situazione. Perché anche se minima, una responsabilità ce l’abbiamo.
Penso a tutti i colleghi con specializzazione alle spalle, colleghi che hanno finanziato la propria formazione a suon di sacrifici e soldi, tanti soldi. Ma ancora più sacrifici. Colleghi che a trent’anni hanno rinunciato e pur di rimanere nel ‘campo’ si sono messi a fare l’educatore, o l’intrattenitore per bimbi, o i volontari. Colleghi che lavorano tutt’altro durante la settimana e nei week end si rinchiudono in uno studio dietro ad una scrivania a fare la parte dello psicoterapeuta, colleghi che sperano la crisi finisca, così la gente avrà meno remore a spendere soldi per la propria salute.
Ok, la crisi un po’ c’è. Ok, i soldi per alcuni sono meno sul serio. Ma io un paio di settimane fa ho fatto la fila in profumeria!!! Profumeria capite? Non sono beni di prima necessità. O sbaglio? Per prendere l’appuntamento dal mio parrucchiere devo telefonargli con una paio di settimane d’anticipo! E vogliamo parlare delle agenzie di viaggio? O dell’estetista? No vero?
Ok, ora torniamo al popolo di colleghi disperati. Solo per un attimo. Finché ci sarà chi lavora sottopagato, non pagato, o in condizioni pessime non ci sarà spazio per il lavoro professionale. Non ci sarà spazio per la passione. Non ci sarà spazio per la qualità. La qualità costa. La qualità è sempre riconosciuta. Ne sanno qualcosa le baby sitter e le sante donne delle pulizie.
Non c’è spazio per tutti. Questo è un dato di fatto.
Non c’è il lavoro sognato per tutti. Anche questo è un dato di fatto.
Lavorare gratis è un paradosso. Oltretutto fa venire l’ulcera.
Che poi uno sia disposto a far finta di lavorare pur di non accettare l’evidenza dei fatti….bè quello è un altro discorso, quello rientra in un altro tipo di crisi. Quello però ti rende responsabile, in piccola parte, della crisi.
In questo periodo sono particolarmente sensibile all’argomento asili nidi e scuole materne. Per ovvie ragioni. Spesso mi capita di chiedermi che cosa succederebbe se tutte, dico tutte, maestre e dade dicessero BASTA! Ma non un per un giorno. Un giorno crea problemi solo alle mamme, che, un problema in più uno in meno, sai cosa gli cambia…
…sogno di un mondo in cui tutte le donne che lavorano nei nidi e nelle materne urlano all’unisono BASTAAAA!!! …e restano a casa coi loro figli, si organizzano tra di loro e mettono in marcia qualcosa di diverso da questo folle sistema snervante, sfibrante per tutti. Il casino è che bisogna partire da un BASTA, da una forma di rinuncia a quel poco che si ha. E ci risiamo coi soliti discorsi. Eccheppalle, again.
Si parte sempre da un NO…
Ma tranquilli, di questo passo arriveremmo presto al punto in cui non ci sarà nulla a cui rinunciare. Presto quelle donne non avranno nulla a cui aggrapparsi per continuare, e allora ci saranno cazzetti amari, perché si sa, non c’è nulla di più pericoloso di chi non ha nulla da perdere.
p.s per quanto riguarda la mia categoria, quella degli psicologi psicoterapeuti , la direzione presa dagli eventi è sotto gli occhi di tutti: ci stiamo estinguendo, scalzati dai counselor, personal coach ed inglesismi fighi affini. Non posso che auspicare il processo si concluda il prima possibile. Se una categoria professionale non è efficace, fuori dalle balle in tempi rapidi please! Quelli di noi che efficaci lo sono…
15:49
Scritto da: impenitente23
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lunedì, 11 aprile 2011
COLLEGHI DI REGIA
Guardo un film, mi piace, mi fa emozionare. Passa un mese, al massimo due e della trama del film dimentico tutto. Mi restano le sensazioni, l’idea che mi sia piaciuto, ma del contenuto, nulla.
Ho scoperto che è qualcosa che capita a molte donne. Ci sono quelli che attribuiscono il fenomeno alla nostra costituzionale incapacità di concentrarci su un'unica cosa. Del tipo, guardo il film e intanto penso a cosa mettermi domani, quando fare la lavatrice e soprattutto quale tipo di lavatrice è prioritario impostare. Prima i neri o i bianchi? O i colorati. Intanto il film scorre, tu non hai perso il filo, sommariamente eri con i protagonisti e riesci anche a commuoverti quando è ora di farlo. Per le emozioni abbiamo quella cazzo di antenna iperattiva che non si spegne mai! Ecco noi pensiamo di vivere di più il film perché versiamo ingenti quantitativi di lacrime , quasi a comando. E abbiamo pure l’arroganza di credere che quello sia il modo più ‘profondo’ di gustarsi un film.
Io invece sono sempre più convinta che il film se lo viva di più quello alto e lungo che occupa un sacco di posto sul divano. Lui nota cose che io non mi do la possibilità di osservare. Lui osserva, ascolta, si immerge nel film. Io devo fare una gran fatica e trattenere i pensieri lì. Sono come dei dobermann incazzati, li devo tenere al guinzaglio, non farli scappare altrove. Col risultato che ho comunque una parte del cervello impegnata a fare altro. Eccheppalle!
Il vantaggio di tutto questo è che quando guardo un film, anche per la seconda o terza volta, spesso è come se lo guardassi per la prima volta, il che non è male. Ultimamente però sto lavorando a questo programma per RadioSonora e con la scusa che è lavoro mi concentro come solo un paziente riesce a farmi concentrare. Allora sono tutta per il film, sono parte integrante della location, sono una comparsa che quasi può toccare gli attori, e la colonna sonora mi aggancia per non mollarmi più. Salgo sulla giostra che il creatore ha costruito per me.
Mi si è aperto un mondo fantastico, un mondo in cui il prodotto finale offerto agli spettatori è solo la superficie. Se inizi a sfogliare un film potresti perderci il sonno. I film sono come le persone, sono versioni di realtà, pezzetti di costruzione, ed il regista è un dio.
12:43
Scritto da: impenitente23
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martedì, 05 aprile 2011
IL COLORE DELLA PAZIENZA
Tu hai pazienza?
La settimana scorsa mi ha fatto questa domanda una persona che diceva di non averne. Era alla frutta. Ma andava avanti in apparente assenza di alternative valide e praticabili.
Solitamente quando mi fanno domande di questo tipo, tra una cosa e l’altra, rispondo restando sullo stesso registro, rispondo quello che bisogna rispondere per non spezzare il fluire del discorso circostanziale.
Per capirci, il classico ‘come stai?’ ad introduzione di una telefonata di lavoro, o ancora peggio il ‘ti disturbo?’ e magari sono le 13 e tu stavi per addentare il tuo panino. A queste domande si risponde: ‘Bene’ e ‘assolutamente no’. Non è questione di ‘falsidutine’ – che non è un nuovo termine tecnico ma una parola che ho inventato di sana pianta, come faccio spesso, quindi per cortesia non cercate su google!!!- dicevo, non è falsitudine, è etichetta. Fa parte della prassi operativa odierna. Quelle domande fanno stare meglio chi le fa, fanno togliere dal tavolo della discussione tutte quelle pippe circa l’educazione vecchia maniera per poter passare al dunque senza remore. In fin dei conti, nessuno ti punta una pistola alla tempia intimandoti di rispondere con la formula richiesta.
- Ti disturbo?
- Si!
- Come stai?
- Di merda.
…ma se qualcuno rispondesse così sarebbe strano, o passerebbe per uno scherzo.
In realtà la gente è convinta di non avere più pazienza perché si trova incastrata in una trappola diabolica. Il cellulare, internet, la morte dei formalismi di fatto hanno eliminato dei confini che in passato tutelavano i nostri predecessori. Tornavi a casa e l’ufficio restava fuori. Magari restava un po’ in mente, ma non si intrufolava fisicamente attraverso la linea telefonica o l’adsl! E allora cosa vuoi che sia rispondere ad un'unica telefonata del capo? Cosa vuoi che sia leggere le mail anche se è domenica? Rispondere ad un collega per parlare di lavoro mentre si è al parco con i bimbi?
Oggi siamo impegnati 24 ore su 24 a mediare e decodificare rapporti umani che sono diventati apparentemente tutti uguali ma che così non sono. Dobbiamo manipolarci a vicenda perché abbiamo rinunciato ad utilizzare parte del significato delle parole. I livelli della comunicazione umana si sono moltiplicati più dei pani e dei pesci. ‘Ti disturbo?’ non è una domanda retorica, non lo è più. Chi la pone solitamente non si accorge nemmeno di farlo. Mi seguite? Credo che anche solo dieci anni fa, da qualche parte in quella domanda ci fosse una reale domanda. Magari in fondo, sotto al fondo forse. Ma c’era. Oggi no. Oggi non è più contemplato il concetto di poter disturbare qualcuno perché tutti ci sono sempre. Ovunque. Se non ci sei, sei out. C’è sempre qualcun altro pronto a prendere il tuo posto. Tutti sostituibilissimi. Tutti intercambiabili.
Il punto di tutto questo è che secondo me avere pazienza, significa imparare a gestire questo nuovo modello di comunicazione. Imparare ad usarlo, mettere in soffitta quello vecchio e decidere che tipo di persona si vuole essere.
I ritmi di vita oggi ci risultano stressanti perché le modalità relazionali adatte alla nostra società sono estremamente diverse da come ci hanno insegnato che dovrebbero essere. Un esempio? Oggi vale la regola di dire sempre si. Questo comporta che alcune volte, se non molte, il si equivale al no. Bisogna imparare a dire di no dicendo si. Perché dire di no non sta bene. Per accettare questa cosa ho fatto una fatica bestiale, giuro. Quindi? Quindi non ci si può fidare delle informazioni che si hanno a disposizione, oltre ad un gran parlare bisogna fare delle accurate valutazioni per riuscire, vagamente ad intuire cosa aspettarsi dagli altri.
Stressante no? stressante perché nella vita, tutta, non solo in quella privatissima, c’è bisogno di fiducia.
Io credo di avere pazienza perché ho anche la fiducia. Cerco e scovo angoli di relazioni in cui coltivare la fiducia e farla crescere con Pazienza e Amore.
10:57
Scritto da: impenitente23
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